La parola “emergenza” riecheggia da anni nelle cronache nazionali (e non). Le pratiche giornalistiche tendono comunemente a inglobare ogni notizia in un macro-tono apprensivo, allarmistico; ciò avviene perché questo tipo di intonazione – a quanto pare – risulta più efficace nel tentativo di coinvolgere il lettore.
La parola "clandestino"
Il migrante irregolare è colui il quale:
“a) ha fatto ingresso eludendo i controlli di frontiera;
b)
è entrato regolarmente nel paese di destinazione, ad esempio con un visto
turistico, e vi è rimasto dopo la scadenza del visto d’ingresso (diventando un
cosiddetto ‘overstayer’); o
c) non ha lasciato il territorio del paese di destinazione
a seguito di un provvedimento di allontanamento”[1].
L’appartenente a questa categoria viene spesso – e
impropriamente, a detta dell’Associazione Carta di Roma e dell’UNHCR – bollato
con il termine di “clandestino”:
La Carta di Roma: uno strumento
A volte si ha l'impressione che tutto sia lecito, nell'ambito del linguaggio giornalistico.
Sembra cioè che qualsiasi termine, qualsiasi metafora e qualsiasi correlazione siano giustificabili, purché attraggano il lettore e stimolino la sua curiosità. Soprattutto sul web, oggi è possibile assistere a una continua gara a chi "spinge" di più: una costante ricerca dell'espressione più forte, più catchy, più urlata.
Ciò nonostante, il sistema informativo ha comunque delle responsabilità, soprattutto quando si occupa delle minoranze. Il modo in cui le racconta, le parole che usa, i temi che seleziona, tutto ciò contribuisce a modellare l'opinione comune.
Per questi motivi, dopo l'istituzione dell'albo professionale nel 1963, il giornalismo italiano ha approvato numerosi strumenti di autodisciplina. Tra questi, oggi mi vorrei soffermare sulla Carta di Roma.
Una premessa
A un certo punto, ho semplicemente smesso di leggere i giornali. Isolarsi è stato più semplice di quello che pensavo, perché nessuno attorno a me parlava più di niente. Altre volte, tutt'al più, ascoltavo frammenti di discorsi che non capivo. Qualcuno rideva per una frase letta su Twitter. Poi ci sono state le elezioni. Era marzo, e io già non c’ero più.
Differenza e comunicazione: il tutorial coi disegnini
(Comprendere
l'altro è un procedimento complesso. In questo articolo mi riferirò alle teorie di Milton Bennett e al suo modello di sviluppo
della sensibilità interculturale. Consiglio comunque a chi si scopra
interessato alle suddette teorie di procedere ad approfondirle
personalmente. Verranno adoperate parole potenzialmente pericolose, come "diversità", "differenza", "altro": tuttavia, il lettore attento e coscienzioso saprà riconoscere l'intento di colei che scrive.)
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